Giovanni Battista Rigon

AUDIOPHILE SOUND
marzo 2004
intervista a Giovanni Battista Rigon
di Riccardo Risaliti

 

Non credo esista qualcuno, nel mondo della musica italiana, che non conosca Giovanni Battista (Titta per gli amici) Rigon: prima di tutto per la sua attività come fondatore e pianista del Trio Italiano, poi per l’organizzazione della prestigiosa stagione cameristica vicentina al Teatro Olimpico che, come precisa lui stesso nella seguente intervista, si è avvalsa della collaborazione dei migliori strumentisti oggi in attività. Parte ora un nuovo ruolo musicale di Titta, quello di direttore d’orchestra, legato alla formazione di un gruppo orchestrale. E proprio di questo cominciamo a parlare con lui.

“I Solisti dell’Olimpico sono nati nell’ambito delle Settimane Musicali di Vicenza, e hanno debuttato proprio con il concerto di questo Cd live, nel giugno scorso. Nei primi tempi del festival di Vicenza, la “pattuglia” dei musicisti amici che ogni anno si ritrovano all’Olimpico (da Brunello a Teodora Campagnaro, poi sostituita nel Trio da Silvia Chiesa, da Nordio a Quarta, a Lucchesini, alla Tchakerian) era un gruppo di giovani entusiasti, freschi delle affermazioni nei vari concorsi. Era per tutti noi una bellissima esperienza, entusiasmante e formativa, potersi “mischiare” a musicisti con più esperienza (Filippini, Giuranna, Petracchi...) per la musica da camera. Ho pensato che, ora che siamo quasi tutti “over forty”, sarebbe stato bello e giusto aprire il festival alle nuove generazioni dei ventenni (che, detto per inciso, trovano un mondo e un pubblico molto meno disposto ad ascoltarli). Così qualche anno fa ho cominciato a invitare i migliori strumentisti usciti negli ultimi tempi dai conservatori – in particolare da quelli del Veneto che, si sa, specialmente per gli archi sono un fertilissimo vivaio – per suonare con noi nella musica da camera. Da questo, all’idea di costituire un gruppo orchestrale giovane e di qualità il passo è stato breve...”

Quindi il gruppo ha fondamentalmente un organico di archi?

“Si, ma siamo arrivati anche a suonare con organico allargato fino alle Sinfonie di Schubert.”

In quali sale svolgete prevalentemente la vostra attività e con quali programmi?

“Il gruppo ha come base il Teatro Olimpico di Vicenza – unico al mondo per bellezza architettonica e per acustica – ma teniamo regolarmente concerti anche altrove: è stato per esempio particolarmente emozionante poter inaugurare nel gennaio scorso la stagione dei concerti al Quirinale, in diretta su RAI Radiotre. A me piace molto inserire in ogni programma un brano in cui suono e dirigo (per esempio con un concerto di Mozart, come avviene anche nel programma del cd): è un modo per sottolineare la spontaneità del mio personale percorso dalla musica da camera all’orchestra. Il cd è la registrazione live di un concerto tenuto al Teatro Olimpico di Vicenza nel giugno 2003, nell’ambito della XII edizione delle Settimane Musicali. Al di là del condizionamento dell’organico di soli archi, che è anche però una sfida bellissima – pensiamo alla purezza delle quattro linee, come nel quartetto, forse la forma più “alta” di espressione in musica – l’idea era quella di proporre una prima parte mozartiana con due brani che stanno agli antipodi, il misterioso, fosco e drammatico do minore dell’Adagio e Fuga ed il solare ottimistico Concerto KV 414, il primo scritto da Mozart dopo il definitivo trasferimento a Vienna, in un momento in cui la vita gli si schiudeva davanti piena di promesse. Nella seconda parte, il centro dell’attenzione si sposta su Britten, altro grande classico, se pur di due secoli posteriore, con la Simple Symphony, capolavoro della sua gioventù (il programma era completato dal “Cantus in memory of Benjamin Britten” di Arvo Paert, non incluso in questo cd).”

Com’è avvenuto questo passaggio dal Trio all’orchestra, musicalmente e spiritualmente?

“Anzitutto devo dire che personalmente non mi sono mai sentito caratterizzato “soltanto” dalla mia partecipazione al Trio Italiano, ma ho sempre vissuto, o cercato di vivere, il mio rapporto con la musica come qualcosa di più ampio. Ai “miei tempi”, dopo il diploma in pianoforte, avevo anche proseguito lo studio della composizione e fatto un paio di esami di storia della musica all’università: poi sono iniziati i concerti, l’insegnamento... Lo stesso Trio Italiano, dopo il premio Gui, oltre alla “sua” attività nelle sale più prestigiose e ai numerosi cd, si era aperto nel tempo a molte collaborazioni “esterne” (con i violisti Christ, Giuranna, Mintz, con il contrabbassista Petracchi, il soprano Raina Kabaivanska...). E ancora, per me è stata molto importante l’esperienza come direttore artistico e organizzatore delle “Settimane Musicali al Teatro Olimpico” di Vicenza, che esistono ormai dal 1992. Prima dell’esperienza del trio avevo suonato in concerto quasi tutto il repertorio per duo con violino (con la violinista Sonig Tchakerian, che è mia moglie) e con violoncello (nel 1987, con Teodora Campagnaro, abbiamo vinto il primo premio assoluto al concorso di Parigi). Comunque, anche se per me la musica è sempre la stessa, non cambia il modo di concepire e concertare una partitura; cambia soltanto il mezzo. Ho dedicato e dedico tuttora molto tempo alla studio specifico della tecnica della direzione. Ho anche intenzione di completare il curriculum accademico in tale ambito. Il desiderio di “provare” la direzione d’orchestra – la “podiomielite”, come la definisce un mio caro amico musicologo, che assale molti musicisti dopo anni di lavoro sul proprio strumento – mi è sempre stato dentro, soprattutto da quando mi era capitato di collaborare al conservatorio come accompagnatore di cantanti. Ma è stata determinante per me la frequentazione e l’amicizia con un grande direttore d’orchestra italiano, che mi ha incoraggiato a “buttarmi” in questa nuova avventura. Il suo esempio, potendo seguire io spesso le sue prove, vedere il suo modo di “fare la musica” così “completo” è stato ciò che mi ha fatto fare un passo che altrimenti non avrei forse mai intrapreso. Ma la sorpresa è stata scoprire che in realtà avevo sempre lavorato, in tutto il mio fare musica fino ad allora, proprio come un direttore d’orchestra, ponendomi di fronte ai problemi “complessivi” della partitura che dovevo suonare (forse questo è stato il perché delle tante prove e delle tante discussioni con i colleghi del trio...). Sono ormai tre anni di questa nuova esperienza: ho trovato subito molto naturale il “pensare” la partitura (è una sensazione bellissima poter studiare per esempio la sera a letto, farmi mentalmente un’esecuzione virtuale in tutto il suo svolgimento, nei suoi dettagli...) e ho iniziato subito a dirigere a memoria, con spontaneità. Tanto che ho deciso recentemente di non accettare più le varie proposte di collaborazione cameristica che mi sono state fatte anche dopo il “Concerto di addio” del Trio Italiano: d’ora in poi suonerò il pianoforte solo come direttore-solista... “

Un avvicinamento alla musica pura, al di là della dipendenza da uno strumento? Una contemplazione dall’alto?

“Certamente. Noi musicisti abbiamo il privilegio enorme di poter entrare in contatto con alcuni dei più grandi geni dell’umanità, lavorando sulle opere che ci hanno lasciato: ogni giorno scopri qualcosa di nuovo. Ci sono dei momenti, bellissimi, in cui ti trovi da solo a tu per tu con una grande partitura (anche se magari è una tascabile Eulenburg!), e l’emozione è tanta da farti dimenticare tutto. Lì trovi la forza, la “carica” per andare avanti, in un mondo musicale caratterizzato spesso da incomprensioni e superficialità da parte del pubblico, o dalla meschinità dei molti musicisti mestieranti: mi riferisco, ad esempio, al sempre più diffuso fenomeno dei concerti “scambio”, un modo di truffare il pubblico spacciando per scelte artistiche quelle che sono pure manovre di interesse privato. Sono sempre più convinto che sia necessario “volare alto”: mi ha molto colpito il paragone fatto tempo fa da un collega, che si sente come uno di quei monaci medievali, chiuso in un oscuro convento a copiare le opere degli antichi autori, in attesa dei tempi migliori che vedranno i posteri. Il nostro compito precipuo come musicisti, secondo me, oltre a quello di godere, e comunicare, il mondo migliore che la grande musica ci fa intravedere, è di cercare di perpetuare una tradizione e una cultura che si imponga sulla volgarità superficiale del mondo commerciale contemporaneo.”

 

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