Giovanni Battista Rigon

LA DOMENICA DI VICENZA
5 giugno 2011
L’OPERA CHE ANTICIPÒ IL ROMANTICISMO
di Elena De Dominicis

Abbiamo incontrato il maestro Giovanni Battista Rigon che ha diretto il Don Giovanni di Mozart in scena per le Settimane Musicali all’Olimpico

Venerdì 29 e lunedì 30 al Teatro Olimpico, per la rassegna “Settimane Musicali al Teatro Olimpico”, giunta alla ventesima edizione, è andata in scena l’opera lirica “Don Giovanni” di Wolfgang Amadeus Mozart. L’allestimento è stato curato in sinergia tra il direttore d’orchestra, Maestro Giovanni Battista Rigon [a sin.] e il basso-baritono Lorenzo Regazzo, protagonista nel ruolo di Don Giovanni. L’allestimento in abiti moderni e con l’orchestra sul palco, ha riscosso un grandissimo successo di pubblico. Questo tipo di soluzione ha permesso infatti di poter avere una visione d’insieme tra la splendida scenografia dell’Olimpico, l’orchestra e la bravura dei cantanti, meravigliosi interpreti applauditissimi dal pubblico. Abbiamo incontrato il M° Rigon, direttore artistico del festival, che ha condotto l’opera.

Questa versione del Don Giovanni è quella della prima assoluta, avvenuta a Praga nel 1787. L’anno successivo ci fu la prima a Vienna che si discosta da quella precedente per via di alcune modifiche. Quali sono le variazioni sostanziali che Mozart e Da Ponte hanno apportato all’opera, sia sul piano della narrazione che su quello della musica?

Giovanni Battista Rigon: «Su quello della narrazione non cambia tantissimo, sul piano della musica è che Mozart aveva a disposizione cantanti diversi e come era prassi dell’epoca adattava le arie al cast che aveva: non c’era ancora il concetto di opera d’arte chiusa come la pensiamo noi adesso, era tutto molto intercambiabile, molte opere non venivano stampate, giravano per manoscritti. In particolare Mozart alla prima praghese aveva probabilmente un tenore leggero e quindi scrisse un’aria con delle agilità e determinate caratteristiche, invece a Vienna aveva un tenore più cantabile che forse aveva più difficoltà negli acuti, per cui tolse l’aria “Il mio tesoro intanto” dal secondo atto e ne aggiunse un’altra al primo, “Dalla sua pace”. Al giorno d’oggi i tenori vogliono cantare entrambe, per cui le versione che ascoltate in tutti i teatri, normalmente ha tutte e due le arie. Poi Mozart tagliò alcune parti del sestetto finale proprio le parti di agilità del tenore quindi è evidente che lui pensava ad un’ altra voce. A Vienna lui aveva come Donna Elvira la famosa cantante Cavalieri e scrisse un grande recitativo accompagnato per lei, l’aria è “Mi tradì quell’alma ingrata” nel secondo atto, che in questa versione non c’è. Una cosa che si sente dire spesso è che tra Praga e Vienna ci sia differenza nel finale secondo, ma in realtà questo non è vero: Mozart a Praga pensava di farlo perché lo ha scritto, essendo un dramma giocoso non era nell’estetica del ‘700 che un’opera finisse in modo così romantico con la discesa all’inferno di Don Giovanni. A Praga è stato scritto e il fatto che lui volesse toglierlo a Vienna non è vero neanche questo: Mozart ha tagliato circa 40 battute all’interno di quel finale. Se le ha tagliate vuol dire che le altre le voleva fare altrimenti lo tagliava tutto, non si metteva a tagliare una parte di qualcosa che avrebbe già omesso».

Il periodo è quello dell’illuminismo eppure il personaggio del convitato di pietra ha una forte valenza gotica e romantica. Tra l’altro quello del commendatore era un personaggio già ripreso da altre opere sia musicali che letterarie. Come si spiega questa contrapposizione cosi stridente tra ragione laica, tipica dell’epoca, e messa in scena dell’ultraterreno?

«Credo che sia sempre difficile distinguere tra un’epoca e l’altra. Lo stesso Mozart che è visto generalmente come un musicista sereno, giocoso, aperto, invece ha degli elementi protoromantici al suo interno: se pensiamo alle due sinfonie in Sol minore, alla Sonata in Mi minore per violino e pianoforte, il Quartetto in Re minore, ci sono queste tinte scure e fosche che sono fortemente pre-beethoveniane. Il personaggio di Don Giovanni è molto legato all’illuminismo perché, rispetto alla sua originaria matrice di dissoluto punito, in questo periodo assume anche un po’ il carattere di rappresentare la condizione umana dell’uomo che sfida i suoi limiti. Tra l’altro dobbiamo sapere che Mozart non era quello “stupidino” che ci viene dipinto da certa letteratura, se lei va a vedere l’inventario di libri che sono stati trovati alla sua morte, era uno che leggeva ed era molto aggiornato sul dibattito filosofico della sua epoca, era molto consapevole di tutte queste cose. Era un massone convinto, se si ascolta il “ Flauto Magico” vede che messaggio lui vuole lanciare. Per me è assimilabile alla 9° di Beethoven, come messaggio universalistico di gioia e benessere per tutta l’umanità. D’altra parte lui era anche un fervente cattolico. A volte le sue lettere vengono lette con degli stratagemmi psicanalitici, però stando a ciò che lui dice, io non ci vedo delle contraddizioni, era una persona pulita e coerente, e aveva in sé tutti questi elementi».

Nella parte più drammatica dell’opera sembra di cogliere degli elementi musicali che Mozart riprenderà poi nell’incompiuta Messa da Requiem del 1791. È un’impressione corretta?

«Beh, la tonalità d’impianto è la stessa. C’è questo spettro demoniaco protoromantico, che poi non è solo di Mozart, c’è tutto un filone che poi nel requiem si è molto sviluppato, gli anni sono quellipiù o meno».

Quindi ci sono degli elementi in quest’opera che potrebbero anticipare il romanticismo?

«Sicuramente, ma come in tutta l’opera di Mozart, più avanti si va e più lui approfondisce. Già nella Sinfonia in Sol minore, una sinfonia giovanile che sicuramente il pubblico ricorderà perché è all’inizio del film “Amadeus” quando Salieri viene trasportato in barella in quel cortile innevato».

Lei cosa pensa di quel film?

«Il film mi è piaciuto moltissimo e mi ha commosso, la musica poi è eseguita benissimo. C’è da dire che non è un film storico, se uno non sa nulla e va a vedere il film, pensa che i fatti si siano svolti così, invece no, è molto più sottile perché il gioco che vuole fare il regista è quello di mettere a confronto la mediocrità con la genialità. C’è poi questa fida a Dio da parte di Salieri. L’unica precauzione è informarsi di quello che è successo veramente e poi, attraverso questo, vedere il filtro. La cosa che trovo bellissima è quando è sul letto di morte e compone il Requiem e vedere come vengono sovrapposte le voci credo che sia interessantissimo per il pubblico».

Lì Milos Forman ha centrato davvero il personaggio, come questa persona avesse veramente tutta la musica in testa con chiarezza e senza confusione, tra l’altro.

«Certo, lui aveva un’essenzialità che con pochissime cose, con combinazioni inedite e geniali e pochi mezzi, poi lui scriveva in brevissimo tempo, riusciva a dire tutto quello che c’era da dire».

Il Corriere della Sera l’ha definita “uno dei migliori direttori rossiniani”. Rossini si ispirò moltissimo a Mozart. In quale dei due lei si riconosce maggiormente e quale dei due invece è più impegnativo da dirigere e perché?

«Io mi riconosco in entrambi devo dire e cerco di valorizzarne le differenze. Sono molto legati, come diceva lei giustamente, tant’è che Rossini, in gioventù, veniva definito “il tedeschino” in Italia. Nonostante noi adesso lo vediamo come leggero o pensiamo ai suoi accompagnamenti orchestrali come banali, invece era proprio il contrario perché lui aveva trovato questa sintesi perfetta tra il canto italiano e l’utilizzo della strumentazione alla tedesca studiando Haydn, Mozart e Beethoven».

Chi sono gli altri musicisti che raccolsero l’eredità di Mozart in egual misura a Rossini o anche a Beethoven, anche in maniera più ampia? Quanto di Mozart si trova nella musica di oggi?

«Tchaikovsky o Prokofiev si sono ispirati a lui: rimane un modello di bellezza assoluta. Come Palladio, Shakespeare, Dante, Bach, sono quelle vette e sintesi del genio umano che poi rappresentano la nostra umanità e profondità».

Ecco, lei cita Shakespeare: ciò che accomuna Shakespeare a Mozart è, probabilmente, la grande capacità di gestire in maniera magistrale la contrapposizione, la dualità, il paradosso, uno con le parole e l’altro con la musica. Potrebbe essere che i grandi artisti hanno insito in loro questo grande paradosso o ci possono essere anche dei grandi artisti più lineari?

«Secondo me, i grandi artisti hanno una visione della vita. Il loro messaggio è sempre attuale e importante, hanno sempre qualcosa da dirci. Appunto, Mozart e Shakespeare sono molto legati perché vedono la vita come teatro e rappresentano la vita nel loro teatro. Se si guardano le lettere di Mozart, era un grandissimo osservatore delle persone e di ogni persona sapeva cavare subito il carattere e anche delle situazioni, si divertiva tantissimo ad osservare ciò che succedeva e questo si sposava con la sua innata musicalità. Diciamo che naturalmente rappresenta delle cose che poi tutti noi riusciamo a vedere e a cogliere, magari inconsciamente, ma in maniera molto profonda, nelle sue opere»


Minisfera è sviluppato e distribuito da Forma Srl - Tutti i diritti riservati